

7. La guerra di trincea.

Da: E. M. Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, A.
Mondadori-De Agostini, Milano, 1989.

Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque fu
uno dei libri pi popolari tra le due guerre. Il titolo  assai
significativo; esso corrisponde infatti alla frase con la quale il
comando tedesco concludeva i quotidiani bollettini di guerra,
intendendo significare che non c'erano state variazioni nella
linea del fronte. Quel niente di nuovo, per, taceva dei
cannoneggiamenti continui, degli attacchi e  dei contrattacchi,
dei sanguinosi corpo a corpo che provocavano centinaia di morti, e
dell'estenuante vita di trincea che logorava la salute fisica e
mentale dei soldati. Il libro di  Remarque descrive quella tragica
situazione di stagnante immobilismo in modo cos realistico da
rappresentare uno dei pi efficaci atti di accusa contro la
guerra.


A notte alta ci risvegliamo. La terra trema. Un fuoco intenso ci
bersaglia: ci rimpiattiamo negli angoli: distinguiamo colpi di
tutti i calibri. Ognuno d mano alle cose che gli occorrono, e
continuamente si assicura di averle presso di s. Il ricovero si
scuote tutto, la notte  un solo ruggito, un solo lampo. Ci
guardiamo l'un l'altro, nel baleno delle esplosioni, e con pallide
facce e labbra serrate scuotiamo la testa.
Sentiamo tutti come i colpi dei grossi calibri rovinano pezzo per
pezzo l'armatura della trincea, ne buttano all'aria la scarpata,
ne stracciano il rivestimento di cemento. Gi sentiamo il colpo
pi sordo e pi feroce, simile alla zampata di una belva in
furore, quand'esso arriva in trincea. Verso mattina, alcune
reclute hanno gi la faccia verde e vomitano. Non hanno ancora
l'esperienza.
Adagio adagio una luce livida e grigia scende nelle gallerie, e fa
apparire pi pallido il lampo delle detonazioni. E' il mattino: ed
ecco che al fuoco delle artiglierie si mescola il miagolio delle
bombarde. E' la cosa pi pazza, pi impressionante che si possa
pensare. Dove s'abbatte un colpo di bombarda, fa un cimitero.
I cambi delle vedette escono dal ricovero, gli smontanti vi
rientrano barcollando, sporchi di fango, tremanti. Uno si
accoccola in un canto e mangia silenzioso; un altro, un richiamato
dei complementi, singhiozza: due volte lo spostamento d'aria delle
esplosioni lo ha fatto volar fuori dal parapetto, senza produrgli
altra conseguenza che uno choc nervoso.
Le reclute lo guardano: un simile male  contagioso. Dobbiamo
stare in guardia, le labbra di alcuni gi cominciano a tremare. E'
un bene che sia ormai giorno: forse l'attacco verr nella
mattinata. Il fuoco non rallenta e gi s'estende alle nostre
spalle. Fin dove giunge la vista, sprizzano fontane di fango e di
ferro. I colpi coprono una zona larghissima. L'attacco non viene,
ma le detonazioni continuano: a poco a poco diventiamo sordi.
Quasi nessuno pi parla; non ci si pu quasi pi intendere.
La nostra trincea e pressoch distrutta. In alcuni punti non
arriva all'altezza di mezzo metro, ed  tutta buche e montagne di
terra. Proprio davanti a noi scoppia una granata e si fa nero.
Sepolti sotto la frana, dobbiamo lavorare a dissotterrarci. Dopo
un'ora l'entrata della galleria  di nuovo libera e noi siamo un
po' pi calmi, perch abbiamo avuto da lavorare. [...].
Un sottufficiale arriva strisciando: ha con s una pagnotta: tre
uomini stanotte sono riusciti a passare e a portarci un po' di
vitto. Raccontano che il fuoco si estende con eguale intensit
fino agli appostamenti di artiglieria. E' un mistero, come quelli
di l riescano ad avere tanti pezzi.
E di nuovo bisogna aspettare e aspettare ... Una delle reclute ha
un attacco. Da un pezzo mi ero accorto che senza posa digrignava i
denti e serrava i pugni, e lo tenevo d'occhio. Li conosciamo
abbastanza, questi occhi disperati che sembrano schizzare
dall'orbita! Solo in apparenza in queste ultime ore si era fatto
pi quieto: si era abbattuto su se stesso, come un albero marcio.
Ed eccolo che si alza, e senza aver l'aria di nulla striscia
attraverso il ridotto e si avvicina all'uscita. Io mi volto e gli
domando: Dove vai?.
Torno subito dice lui, e vuol passare oltre. Ma aspetta, che il
fuoco si calmer. Mi ascolta un momento, e l'occhio gli si
rischiara. Ma poi riprende quella sinistra espressione di cane
idrofobo, e mi spinge da un lato.
Un momento, amico grido allora. Kat presta attenzione e, proprio
quando l'altro mi respinge, l'afferra, e lo teniamo fermo. Allora
quello comincia a urlare: Lasciatemi, lasciatemi, voglio uscire
di qui!. Non vuol ascoltare ragione, mena colpi all'impazzata, ha
la bava alla bocca e mormora parole rotte, senza senso. E' un
attacco di fobia di trincea, gli pare di soffocare e non sente che
un impulso: uscire. Se lo lasciassimo fare, correrebbe allo
scoperto senza ripararsi, chi sa dove. Non  il primo che finisca
cos. E siccome  furioso ed ha gli occhi stravolti, non c' che
fare, bisogna picchiarlo di santa ragione perch ritorni in s. Ce
ne sbrighiamo rapidamente e senza misericordia, e otteniamo
l'effetto di farlo star quieto di nuovo per il momento. [...].
A un tratto un urlo, un lampo terribile; il ridotto freme in ogni
fibra sotto lo schianto di un proiettile, fortunatamente di
piccolo calibro, perch le piastre di cemento hanno resistito. Uno
scricchiolio orrendo, come di metallo; le pareti oscillano, armi,
elmetti, terra, fango e polvere volano dovunque; un atroce puzzo
di zolfo ci soffoca. Se invece che in questo solido ridotto ci
fossimo trovati in uno di quei cosini leggeri che fabbricano ora,
sarebbe finita per noi.
Anche cos per, l'effetto  brutto assai. La recluta di poc'anzi
si agita di nuovo, due altri si uniscono a lui. Uno riesce a
liberarsi e fugge. Abbiamo un bel da fare a trattenere gli altri
due. Io mi precipito dietro al fuggitivo e penso se non sia il
caso di tirargli una fucilata alle gambe; ma in quel punto odo un
sibilo, mi getto a terra, e quando mi rialzo la parete della
trincea  sporca di schegge scottanti, brani di carne e pezzi di
uniforme: non mi resta che strisciare indietro nel ridotto.
